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Cane e gatto

Carlos Beorlegui

Per quanto il titolo del libro del naturalista e scrittore inglese Colin Tudge, Perché i geni non sono egoisti, sembrerebbe suggerire che il suo obiettivo centrale sia semplicemente quello di contraddire le tesi dei sociobiologi sulla legge fondamentale (l’egoismo genetico) che, a loro giudizio, reggerebbe il processo evolutivo per selezione naturale, l’opera è in realtà più ambiziosa, come suggerisce il sottitolo: “Una sfida alle pericolose idee che dominano la nostra vita”.

L’autore, nato in Inghilterra, biologo e zoologo, nonché divulgatore scientifico, è un radicale avversario del riduzionismo materialista imperante tra una grande maggioranza di scienziati del nostro tempo.

[warning]La tesi del libro consiste nel mostrare come la tendenza dei sociobiologi a porre nell’egoismo genetico la spinta centrale di tutti gli organismi viventi, compresi gli umani, oltre a essere falsa, sia il sintomo dell’errata visione sostenuta da molti, secondo cui il metodo scientifico sarebbe l’unico valido per accedere alla conoscenza della verità profonda sulla realtà, senza alcuna concessione alla sua componente di mistero, con conseguente chiusura nei confronti della metafisica, della trascendenza e della spiritualità. (…). [/warning]

In definitiva, la tesi dell’egoismo genetico, oltre a non essere una teoria scientifica, essendo costituita piuttosto da affermazioni retoriche senza fondamento, risulta attualmente superata dai progressi scientifici tanto nel campo della genetica, della biologia molecolare, dell’etologia e dell’ecologia quanto in quello dei comportamenti sociali degli umani. Ciò che sta emergendo in tutti questi campi è che, per quanto si registrino una lotta e una competizione, la base fondamentale della vita è costituita dalla cooperazione e dall’altruismo. (…).

UNA LEGGE IN DISCUSSIONE

Sono stati molti gli autori che hanno richiamato l’attenzione sull’errata interpretazione della selezione naturale darwiniana in chiave di spietato egoismo per la sopravvivenza del più forte, come se l’egoismo genetico fosse il solo a produrre negli individui la capacità di sopravvivere. È ormai classica la critica di Pëtr Kropotkin a questa interpretazione della selezione naturale di Darwin, rispetto a cui propone come legge fondamentale dell’esistenza non la lotta egoista ma la cooperazione. Una critica che si è andata poi arricchendo del contributo di molteplici analisi critiche relative al quadro ideologico della società vittoriana dell’Inghilterra del XIX secolo, dominata dal capitalismo emergente, come causa di una determinata interpretazione della selezione naturale. (…).

Analizzando la storia umana, ci troviamo di fronte a una generalizzata visione pessimista degli esseri umani, che sarebbero dotati di una natura aggressiva, come pure a una concezione pessimista della storia. Un pessimismo che si avverte anche all’interno della storia delle grandi religioni.

Una delle eccezioni, secondo Tudge, è costituita da Rousseau, a giudizio del quale l’essere umano nasce buono e innocente ma viene poi corrotto dalla società. L’opinione maggioritaria, però, sembra piuttosto essere quella contraria, sostenuta dai classici della filosofia politica: l’essere umano nasce cattivo e violento (homo homini lupus) ed è la società con le sue norme e i suoi orientamenti educativi a civilizzarlo e domarlo. Cosicché appare chiaro a Tudge che all’epoca di Darwin predominava «l’antico pessimismo e una visione assai cupa della natura e degli esseri umani» (…).

Ma la realtà è che il pensiero di Darwin non è così estremo come ritenuto da alcuni dei suoi discepoli e seguaci successivi, non intendendo la selezione naturale in chiave di lotta egoista, né abbracciando una visione della realtà così fortemente materialista e riduzionista, né prendendo così chiaramente posizione rispetto alla fede in Dio. (…).

La sua teoria consisteva essenzialmente nel sostenere che tutte le creature viventi hanno la tendenza a moltiplicare la propria discendenza, in modo tale da determinare, a causa della scarsezza di risorse (Malthus), una lotta per la vita, e che la natura seleziona gli individui maggiormente in grado di adattarsi alle condizioni dell’ambiente. Tudge si impegna a mostrare come Darwin intendesse la lotta per la vita in un senso molto ampio, non avendo un’idea della natura tanto negativa come quella di Spencer (teorico del darwinismo sociale, ndt), bensì ammirandone l’ordine e la bellezza e giungendo a contemplarla come un mistero. (…).

LA PROSPETTIVA DELL’ALTRUISMO E DELLA COOPERAZIONE

Come è noto, l’attuale teoria evoluzionista si è arricchita, nei primi decenni del XX secolo (…), dei contributi della genetica mendeliana, riscoperta congiuntamente nel 1900 da De Vries, Correns e Tschermak, e più tardi completata da Watson e Crick con la scoperta della struttura del Dna nel 1953.

A partire da questo momento, con la progressiva conoscenza delle strutture genetiche della vita, emerge, secondo Tudge, una seconda tappa nella storia del darwinismo, lasciando da parte l’evoluzionismo della prima (…).

1. La logica del gene egoista

Delle Grey 9 Da Colore Grid Light 81 Chiaro Light 81 Shoe Jacket Di Giacca Da Grigio Women's Di Grey Donne Chiaro Scarpa Griglia 9 Grigio (…). All’improvviso, la lotta per la vita che la selezione naturale comporta non ha più come soggetto né le specie né gli individui viventi, ma i geni. Il gene diventa l’autentico protagonista del processo evolutivo, la cui dinamica non è altro che l’egoismo genetico. Questi primi passi sono stati sviluppati da G. C. Williams, W. D. Hamilton, J. Maynard Smith, E. O. Wilson, il fondatore della sociobiologia, e presentati al grande pubblico da R. Dawkins nel suo libro Il gene egoista.

Il maggiore problema che la corrente sociobiologica si trovava ad affrontare era come conciliare la logica egoista con la presenza di comportamenti (con i loro geni corrispondenti) altruisti. La risposta consisteva nel mostrare come i presunti comportamenti dettati dall’“altruismo” non fossero in realtà tali, in quanto assunti sempre a favore di parenti genetici (…), o piuttosto all’interno di una strategia di altruismo reciproco (Trivers), rispondente a una visione a lungo termine dell’“oggi a te, domani a me” (…).

In definitiva, per questi teorici, fin dal momento della formazione dei gameti si produrrebbe una competizione tra i diversi geni per aumentare le loro possibilità di replicarsi ed essere presenti nella successiva generazione. Una accentuata visione di egoismo genetico basata, secondo Tudge, su quel materialismo riduzionista a cui si ricondurrebbe la corrente ultra-darwinista, uno dei cui più significativi rappresentanti è R. Dawkins.

2. Collaborazione di fronte all’egoismo

Tudge si sofferma a dimostrare meticolosamente come le posizioni dei sociobiologi, o ultra-darwinisti, siano sbagliate. (…). È chiaro che, osservando i comportamenti degli esseri viventi, la prima impressione è quella di momenti di competizione tra individui e tra geni, già dalle prime fasi del processo embriologico. (…). Ma, come indica Tudge, «(…) è utile – è corretto? – suggerire che la vita sia semplicemente una gerarchia governata da un capo chiamato Dna?». La risposta di Tudge è perentoria: no. (…). Definire egoista il comportamento dei geni è un antropomorfismo ingiustificato, nella misura in cui non si tratta di un’affermazione scientifica, bensì di una proiezione retorica, interpretativa, propria di una visione della realtà animata da una logica crudele e spietata. (…).

La realtà, però, è più complessa di tutto questo. Così, per Tudge, «per quanto la competizione sia una questione inevitabile, l’essenza della vita è la cooperazione. La vita non è una battaglia. È un dialogo e, in fin dei conti, un dialogo costruttivo. Se non lo fosse, la vita non ci sarebbe proprio». Ma non bastano le affermazioni; ci vogliono le prove. E Tudge le presenta nei capitoli successivi. (…).

Molti degli avvenimenti più importanti dell’evoluzione non hanno avuto nulla a che vedere con la selezione naturale. (…). Inoltre, per quanto la selezione naturale giochi un ruolo significativo e determinante nel proceso evolutivo, è importante intenderla in maniera adeguata. Quando si dice che il processo evolutivo si realizza attraverso una “lotta per la vita” tra specie, individui o geni, diamo per scontato che la parola “lotta” supponga conflitto, scontro. Ma la selezione naturale funziona anche in assenza di scontro. (…) L’attuale forma dell’America è conseguenza della fusione tra due continenti separati, ciascuno con la propria fauna. La maggior parte dei mammiferi marsupiali che abitava in America del Sud è scomparsa, così come molti roditori e diverse specie di scimmie. Dal nord specie animali passarono al sud e viceversa. Ma solo poche specie del sud sopravvissero al nord, mentre la maggior parte di quelle del nord si è salvata. «La spiegazione “darwiniana” standard – argomenta Tudge – (…) è quella del conflitto e della vittoria. Gli “sciocchi” animali del sud sono stati sconfitti dagli “svegli” animali del nord, la cui intelligenza sarebbe dimostrata dal fatto che questi sono ancora tra noi, mentre la maggior parte di quelli del sud no». Ma la vera spiegazione del fenomeno è stata fornita dalla zoologa sudafricana Elisabet Vrba: nel momento in cui si unirono le due parti dell’America, il mondo si andava progressivamente raffreddando, obbligando gli animali del nord a spingersi a sud (…). Anche il sud divenne più freddo e le foreste tropicali native si andarono ritirando, cedendo il passo a un tipo di foreste a cui le specie del nord erano meglio adattate. Conclusione: «Non si assiste – sostiene Tudge – a una lotta diretta tra le specie del nord e quelle del sud. Vediamo un gruppo di animali che, nella misura in cui scendeva a sud, incontrava una forma di vegetazione a cui era già adattato. Al contrario, l’altro gruppo (quello del sud) si trovava sempre più privato del tipo di vegetazione in cui era vissuto durante il suo processo evolutivo». (…).

È vero, riconosce Tudge, che questi scenari sono solitamente interpretati in chiave di competizione (…), ma questo non sempre presuppone lotta, conflitto e violenza egoista tra le diverse specie. Già il fatto di restare in vita può essere considerato una lotta, ma questa è una forzatura del senso della parola competizione: «Prendersi carico della propria vita e competere con altre creature – segnala di conseguenza Tudge – sono due cose piuttosto diverse. È semplicemente un errore confonderle».

Ne consegue che non ha senso applicare ai geni l’aggettivo “egoisti”. (…). La vita non è lotta, ma dialogo e simbiosi. È vero che, in alcune occasioni, si può verificare una competizione, ma «l’essenza del dialogo è la cooperazione».

3. La strategia di cooperazione della vita

Quando i biologi cercano di spiegare cosa sia la vita, quali tratti distinguono gli esseri viventi da quelli che non lo sono e quando la vita ha fatto la sua prima apparizione, si trovano di fronte a interrogativi a cui è difficile rispondere. Quello che appare chiaro è che uno dei tratti essenziali degli esseri viventi è il loro metabolismo: la loro capacità di scambiare con l’ambiente le sostanze di cui hanno bisogno per continuare a vivere, perché la vita non è una cosa statica, ma è come una fiamma, un permanente fluire. Inoltre, un altro elemento basilare della vita è la sua capacità di replicarsi attraverso l’informazione contenuta nel Dna. (…).

L’interpretazione dei sociobiologi è consistita nel cogliere le radici della vita nei geni contenuti nel Dna, i quali seguirebbero la strategia individualista di replicarsi e lottare con gli altri geni per garantirsi la presenza nelle successive generazioni. Ma, se ci soffermiamo sul funzionamento della cellula e sul suo metabolismo, ci renderemo conto che il Dna non è isolato, ma dipende dalle diverse parti della cellula per portare a termine il ciclo metabolico e replicarsi. Come ha indicato giustamente Denis Noble, il codice genetico contenuto nel Dna non potrebbe generarsi né sopravvivere ai margini delle altre componenti della cellula nel cui nucleo si installa.

Così, di fronte alla tendenza dei neo-darwinisti più radicali ad assolutizzare il valore del Dna e la sua presunta logica egoista, la vita ci appare piuttosto come un’ampia orchestra di elementi ben coordinati, la cui logica è la collaborazione e il lavoro in équipe (…).

Inoltre, dopo molteplici spiegazioni sull’origine delle prime cellule eucariote, si è imposta quella proposta e divulgata, tra gli altri, da Lynn Margulis, in base a cui, anziché di un processo graduale (…), si deve parlare piuttosto del risultato di un processo simbiotico e collaborativo di varie entità, tre sicuramente, che in un tempo precedente sopravvivevano separate. (…).

Ci troviamo, pertanto, di fronte a due interpretazioni diverse rispetto alla conformazione e al funzionamiento delle chiavi centrali della vita. Mentre Dawkins vede tutte le interazioni tra i diversi materiali che costituiscono la struttura di base della vita come una strategia egoista, Noble, Tudge e molti altri vi leggono un gioco di strette simbiosi e cooperazioni. Tudge considera che entrambe le visioni sono in un certo senso vere, in quanto esprimono aspetti della verità. Ma, per quanto in certi passaggi del processo evolutivo si registrino momenti di lotta e competizione, la struttura di base è cooperativa. (…). Qualunque elemento della vita ha bisogno degli altri per esistere. In tal modo, come indica Tudge, si osserva che, «mentre la competizione è un fatto della vita – nella maggior parte delle circostanze un fatto più o meno inevitabile -, la collaborazione, la cooperazione, è invece l’essenza della vita (…). La vita è essenzialmente cooperativa. Se non lo fosse non potrebbe funzionare».

Se dalla biologia molecolare passiamo all’ambito dell’etologia, Tudge avverte che nella strategia comportamentale degli animali ritroviamo una struttura cooperativa simile. (…).

I sociobiologi, a differenza dei pionieri dell’etologia, come K. Lorenz (…), sostengono la tesi della selezione individuale, nella formula dell’egoismo genetico. Tudge ci mostra, analizzando i comportamenti animali, un’interpretazione della condotta animale in chiave di collaborazione, dalle strategie delle coppie per procreare e allevare la prole a quelle di cercare alimento in gruppo, fino alle diverse formule di vigilanza e di allarme dinanzi alla presenza dei predatori, abbracciando tutti i comportamenti sociali.

4. L’unità del processo evolutivo: animali e umani

Inoltre, Tudge è d’accordo con chi evidenzia una stretta relazione tra socialità animale e capacità cerebrale o “intellettuale”. (…).

Come già indicano gli studiosi della storia del cervello e dei comportamenti animali, l’aumento dell’intelligenza porta con sé una maggiore capacità di adattamento all’ambiente e di collaborazione con gli altri individui della stessa specie. Ma esige anche un prezzo: un sistema nervoso complesso regolato dal cervello, per il quale si richiede una strategia alimentare più ricca, che, a sua volta, presuppone una maggiore capacità di mettere a punto una strategia sociale in grado di assicurare una caccia più efficace, la distribuzione solidale di quanto cacciato e una serie di costumi e istituzioni sociali a sostegno di tali strategie. In tal modo, si può concludere che «gli animali socievoli sono i più intelligenti», e, reciprocamente, «quelli più intelligenti sono i più socievoli».

L’intelligenza, per Tudge, non è patrimonio degli umani; anche gli animali sono svegli e intelligenti. (…).

I primi etologi e soprattutto le ricerche più recenti in materia di comportamenti delle grandi scimmie (…) hanno mostrato come i comportamenti dei primati siano più complessi e più simili ai nostri di quanto credessimo e immaginassimo. L’intelligenza non presuppone solo complessità, ma soprattutto flessibilità e adattabilità all’ambiente e agli altri compagni di specie.

Nei loro comportamenti, i ricercatori avvertono una forte presenza di strategie cooperative, rispetto a quelle di lotta e competizione, oltre alla capacità di stabilire un certo tipo di relazione linguistica con gli umani. Le ricerche di Sue Savage-Rumbaugh sulle scimmie bonobo ci hanno mostrato come alcune di esse (…) possano apprendere un determinato numero di simboli di un linguaggio simile a quello dei sordomuti, potendo anche esprimere qualche frase dalla sintassi semplice. Nella vita in libertà, fuori dal laboratorio, questi animali non sono in grado di sviluppare queste abilità, che appaiono invece, in maniera relativa, quando i ricercatori danno loro la possibilità di interagire con essi.

(…). Richiamandosi a quanto K. Lorenz evidenzia ne L’anello di re Salomone, Tudge ci mostra come, in contrasto con la teoria del darwinismo sociale spenceriano (a stare più in alto nella piramide sociale sono i più grandi e i più forti), il modo di distribuire la gerarchia sociale è molto più sottile. (…).

Così, tra gli animali, i capi di un gruppo sociale non sono sempre i più forti, ma quelli accettati dal gruppo, in funzione di una serie di qualità più ampia e complessa di quanto appaia. In molte occasioni, come emerge dalle ricerche di Frans de Waal, i gruppi di scimpanzè preferiscono scegliere come capo uno che sa mantenere la pace, garantendo la calma e la solidità del gruppo, piuttosto che uno che possiede la forza e altre qualità più aggressive. Tudge riprende alcune delle conclusioni che questo noto primatologo olandese presenta sui comportamenti sociali dei primati, soprattutto scimpanzè e bonobo.

La prima conclusione riguarda la complessità dei comportamenti di questi animali, superando le semplicistiche analisi precedenti. In secondo luogo, non esiste una lotta permanente degli individui per la supremazia di gruppo. Il terzo punto è il più interessante per la nostra riflessione: «l’altruismo (definito in termini non-moralisti come il comportamento di chi aiuta gli altri individui, anche a scapito di chi presta aiuto) è comune a ogni tipo di animali e non sempre può essere spiegato dalla selezione parentale». Pertanto, come quarto punto, l’empatia è reale (…). «(…). Riassumendo, noi e gli altri animali siamo essenzialmente buoni».

LA COOPERAZIONE NELL’AMBITO DI GAIA

Ampliando lo sguardo, Tudge considera che la cooperazione che si coglie tra gli animali e le diverse specie «si estende a tutta la natura. La competizione è un fatto. Ma la cooperazione è l’essenza». È questo che ci ha mostrato la teoria di Gaia sostenuta dall’ecologo J. Lovelock, secondo cui non solo c’è collaborazione tra le diverse componenti del nostro pianeta, ma questo funziona come un unico organismo vivente.

La sua ipotesi di Gaia evidenzia come la Terra rappresenti un insieme simile a un organismo, in cui interagiscono tanto gli elementi viventi quanto la materia non viva. Nessun elemento terracqueo esiste indipendentemente dal resto, essendo legato a tutti gli altri. Ebbene, le relazioni tra tutti gli elementi non sono lineari, ma piuttosto aperte e imprevedibili. Malgrado ciò, essa è in grado di raggiungere una certa omeostasi, cioè la capacità di mantenere l’ambiente interno in una forma tale da promuovere e assicurare la propria sopravvivenza.

Tudge considera che l’insieme rappresentato da Gaia è caratterizzato da vari tratti specifici: complessità, interrelazione, non-linearità, omeostasi, imprevedibilità e imperscrutabilità ultima. La complessità di Gaia è evidente. È composta da materia inanimata e da una moltitudine di specie vive, che purtroppo stanno scomparendo progressivamente in maniera allarmante, soprattutto per effetto dell’intervento umano.

I diversi ingredienti di questa complessità sono in permanente interrelazione, perché nessuno di essi è un’isola, neppure la specie umana. Ne offre un esempio la meravigliosa relazione tra le piante e i funghi, le diverse piante e l’insieme delle specie animali e tra queste e gli esseri umani. Tutti esempi che confermano, nota Tudge, come sia la collaborazione ciò che realmente conta in natura.

Ma questa correlazione, come abbiamo già indicato, non è di tipo lineare, bensì aperta e imprevedibile, in quanto non basata su una relazione di causa-effetto, ma su mutazioni, salti qualitativi, risultati molteplici di un solo fattore causale, ecc. Malgrado questa imprevedibilità, Gaia è capace di mantenere un’omeostasi armoniosa, che equilibra i diversi squilibri esistenti, ricomponendo ciò che si è scomposto in un determinato momento. (…). La terra, l’aria e il mare, con i loro diversi organismi viventi, non sono separati, ma intimamente interrelazionati, mantenendo uno speciale equilibrio tra le loro dinamiche.

Inoltre, gli esseri viventi, compresi gli umani, non sono solo passeggeri o utenti dell’involucro ecologico che è la Terra, bensì attori chiave nella dinamica che è alla base del mantenimento della sua omeostasi. Per quanto ci siano stati dubbi e scetticismi riguardo alla tesi di Lovelock su Gaia, Tudge considera che tale tesi è certa, e che «la prova appare ora incontrovertibile: la chimica, il clima e la struttura fisica della Terra nel suo insieme sono profondamente influenzati dalla presenza della vita. (…)».

Il condizionamento esercitato dagli esseri viventi sull’ambiente è diretto a far sì che la loro vita diventi più facile. «La vita genera cambiamenti che sono buoni per la vita. Questa è l’essenza dell’omeostasi. Il mondo è, effettivamente, un organismo, e Gaia è un nome appropriato alla Terra».

Già abbiamo accennato che l’omeostasi realizzata da Gaia non è in contrasto con l’imprevedibilità e lo squilibrio. Al contrario, si tratta di due aspetti che si complementano e si alimentano necessariamente. Di modo che, come indica Tudge, è difficile non vedere una chiara teleologia nel funzionamento di Gaia. La complessità dei minerali e dei gas che compongono la Terra è enorme, ma, se qualunque componente fosse diversa quanto a struttura e quantità, l’insieme non potrebbe evitare di collassare.

E lo stesso avviene con il principio antropico in relazione all’insieme della storia dell’universo. Cosicché si può attribuire a Gaia l’ultima caratteristica già indicata: la sua imperscrutabilità ultima. La conclusione che Tudge trae da tutto questo è che «la vita e la Terra sono profondamente misteriose».

In contrasto con l’opinione degli scienziati riconducibili al riduzionismo materialista, i quali pensano che prima o poi finiremo per scoprire tutti i segreti della Terra e del cosmo, è evidente che ogni nuova scoperta produce un ampio ventaglio di nuove questioni e che dinanzi a questa enorme complessità non possiamo non aprirci all’esperienza del mistero, come orizzonte ultimo del nostro universo. In definitiva, «tutta l’umanità, compresi gli scienziati, deve imparare a vivere con il mistero; e con il mistero dovrebbe giungere l’umiltà (no?)».

Di fronte alla complessità del funzionamento della selezione naturale, «è forte la tentazione – argomenta Tudge – di pensare che la selezione naturale funzioni non semplicemente per il bene delle creature individuali o dei loro geni, ma per il bene della stessa Gaia. Tutte le cose funzionano attraverso gruppi particolari di organismi, e tutti gli organismi insieme si comportano in maniera da beneficiare la totalità».

È evidente che queste argomentazioni escono dall’ambito della scienza per entrare in quello della metafisica, come Tudge sottolinea in maniera intermittente. Ma è qualcosa che per lui risulta inevitabile, nella misura in cui la scienza ci mostra continuamente i suoi limiti e si impongono questioni a cui essa non può rispondere. Questioni che la pongono dinanzi al mistero della realtà e rispetto a cui sono la filosofia, la metafisica e la teologia le uniche in grado di trovare soluzioni agli interrogativi che tale mistero solleva. (…).

Fonte: www.adista.it

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